Morire d'amore:

il piacere di cantare, dagli australopitechi a Monteverdi

Sapete che ci piace tenere conferenze canore semiserie, sintesi scherzose del “come è successo che...?” Ebbene, nelle due produzioni musicali nuove della Dual di quest’anno i temi sono molto polarizzati: amore e odio (molto polarizzati effettivamente). Cominciamo con l’amore, che è meglio. E più precisamente col mal d’amore – che dal vero fa malissimo, ma che da sentir cantato è deliziosamente, sensualmente masochista. Perché il mal d’amore ci fa cantare? E, più in generale, perché l’australopiteco ha cominciato a cantare? E come cantava? E gli antichi greci poi? Che salti facevano su quei vecchi sassi dell’orchestra?  E perché i primi papi hanno fatto chiudere i teatri obbligando tutti a cantare all’unisono, salvo poi riscoprire – in chiesa – che cantare a tante voci è la cosa più sensuale che c’è? E chi erano, e a quali regole severissime si sottoponevano i cantautori del medioevo? Chi era il re del pop medievale? E chi è il re, la musica o le parole? Chi era Maria d’Avalos, la donna più bella di Napoli, che faceva impazzire d’amore tutti, salvo fare una bruttissima fine? E che cos’è l’armonia per Gesualdo e Monteverdi, che cos'è questo fil rouge che percorre i loro madrigali legando sofferenza e piacere e tagliando l’anima come un pugnale, come Tancredi che affonda la spada nel bel petto di Clorinda senza sapere che è lei…

Tutto questo, e molto altro (anche tutta la musica greca antica rimasta) troverete;  e mai come questa volta incontrerete riso e pianto intrecciati e innamorati l’uno dell’altro.