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the william project

this hollow crown

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Ma Shakespeare è nostro contemporaneo?
Il grande critico e pensatore polacco Jan Kott opina inequivocabilmente per il sì. Shakespeare - dice - è come il mondo, o come la vita stessa. Ogni tempo trova in lui quello che cerca. E noi vorremmo aggiungere, non solo è nostro contemporaneo, ma ci cambia; tutti. Anche quelli che Shakespeare ancora non lo conoscono. E questo è particolarmente vero delle Histories.

Da questo presupposto muoverà il nuovo William Project della Dual Band. 

Shakespeare era affascinato dalle storie di re e regine, in particolare del trono inglese. (E lo siamo noi ancora oggi, se no come si spiegherebbero tre milioni di copie vendute del brutto libro del principe Harry, e le infinite serie più o meno voyeuristiche di Netflix?).

 

Shakespeare dal 1588 al 1599 scrive otto drammi storici per raccontarci le ascese e le cadute di 5 re: 2 Riccardi che incorniciano 3 Enrichi, a coprire un arco temporale che va dal 1377 al 1485. Un’epopea lunga poco più di cento anni. Ogni capitolo si apre con una lotta per ottenere o consolidare il trono e si chiude con la morte del sovrano e una nuova incoronazione. In ciascun capitolo, colui che regna trascina dietro di sé una catena lunghissima di delitti.

Prima uccide i suoi nemici, poi i suoi antichi alleati, poi i possibili pretendenti al trono. Ma non riesce a farli fuori tutti: un nuovo principe ritorna dall’esilio, e i nobili caduti in disgrazia si raccolgono intorno a quest’ultimo. Nuova catena di assassinii, odio, violenze e tradimenti. Tutti questi sono persone vive, perché Shakespeare è un grande scrittore; e tutti, re, nobili e sudditi, stritolati in questo grande meccanismo, lottano per cercare la propria dimensione umana, interrogandosi sul senso della vita e sul proprio destino. 

 

Cosa vogliamo fare noi?

Esploreremo un primo tratto delle Histories (vorremmo dire una prima puntata, ma si tratterà di un lavoro completamente autonomo, godibile in sé), da Riccardo II a Enrico IV. Gli attori della Dual Band mostreranno epicamente questa palestra di rapporti - spesso familiari - complessi e forti, mettendo a nudo la natura quasi scimmiesca di questi personaggi, re o nobili che siano, non importa: sono cugini, zii, sono una famiglia, sono un branco. Cugino A  fa un torto a Cugino B perché pensa che Cugino B potrebbe avergli fatto un torto. Cugino B deve andare in esilio, ma nel frattempo Cugino A ha fatto molti nemici, pronti ad allearsi con Cugino B. Cugino B raduna eserciti di nobili cui cugino A ha fatto torti. Cugino A viene imprigionato nella Torre, costretto a cedere “volontariamente” la corona. Finisce qui? No, perché finché A è vivo potrebbe esserci qualche scontento che potrebbe usare Cugino A per pretendere il trono. Cugino A deve sparire. Ma non sarà cugino B a farlo. Ci penserà un sicario a “indovinare” il desiderio di B. Ma non sarà ringraziato, anzi, sarà pubblicamente cacciato. Ma questo è solo l’inizio delle pene di cugino B: la corona ora è sua, ma che fatica dormire la notte, tanta fatica da ammalarsi e morirne.


Shakespeare se ne infischia delle unità di tempo e luogo, e mette in scena un narratore che dice tranquillamente “qui è passato del tempo ed è successo questo.” E così faremo noi. La nostra operazione drammaturgica prevede che gli attori raccontino - per lo più in canto - i salti di tempo e luogo. In questo mondo epico quattro attori potranno mostrare, raccontandolo, tutto l’intricato meccanismo del potere. 

 

Shakespeare sapeva molto bene quanto è importante conoscere la Storia, e se stessi attraverso le storie. "I live with bread like you, feel want, taste grief, need friends", dice Riccardo II. Precisamente come noi. Ecco, forse i re e le regine siamo noi.

DI WILLIAM SHAKESPEARE

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