Pocket Theatre: il teatro inglese fatto in inglese

(spettacoli con sovratitoli)

La Dual Band ha in repertorio una serie di spettacoli che, in virtù del bilinguismo di buona parte della compagnia, propone al pubblico messe in scena e letture drammatizzate in lingua inglese.

Nuova produzione

 

“... I have always thought of Christmas time [...] as a good time: a kind, forgiving, charitable, pleasant time: the only time I know of, in the long calendar of the year, when men and women seem by one consent to open their shut-up hearts freely, and to think of people below them as if they really were fellow-passengers to the grave, and not another race of creatures bound on other journeys.

Che a Natale bisogna essere più buoni lo sappiamo tutti. Quanto la penna di Dickens sia stata determinante nel fare del Natale quello che è per noi tutti, credenti e non, è qualcosa di quasi miracoloso: come ai tempi del Werther un’ondata di suicidi aveva sommerso tutta l’Europa, così il successo editoriale di Christmas Carol ha conseguenze pratiche immediate, scatenando atti altruisti, donazioni, elargizioni filantropiche nell’intera Inghilterra, e ben presto anche in America.


Dickens scrive il racconto in un momento in cui il suo editore non era convinto che avrebbe venduto. Decidono quindi di pubblicarlo sì, ma a spese dell’autore. Esce il 19 dicembre 1843, e il 24 è già esaurito. Da allora non è mai stato fuori stampa. A tratti, questa storia di una conversione consumata in una notte (un po’ come quella, di poco precedente, del nostro Innominato) può apparire sdolcinata. E allora perché è intramontabile? Di più, perché a riprenderla in mano oggi sembra improvvisamente attualissima? Che sia la prova del nove dei veri classici, che, per dirla con Calvino “non smettono mai di dire quello che hanno da dire”? Che sia tutto merito della sensualità estrema degli odori, dei rumori, delle luci, da questo riscoperto albero di Natale appena “importato” dal ramo tedesco della monarchia inglese? Sensualità della parola che ha piacere di se stessa e del piacere che dà a chi la ascolta, nel gioco infinito dello humour e dell’assurdo che caratterizza tutti i grandi scrittori britannici. Il sacro è qui solo un antefatto: siamo noi umani a doverlo far vivere, non già in modo punitivo, ma attraverso uno sforzo di letizia anche un po’ alticcia, se vogliamo: i fantasmi si aggirano ilari, i miracoli accadono, essere buoni è non solo utile, ma anche bello.

Forse è questa la vera attualità.

Un attore da solo. Una lingua eccezionalmente nitida, sensuale e luminosa, lo Spirito del Racconto, che va lasciato parlare, senza bisogno di quasi niente se non di quel poco di addobbo natalizio di qualche gioco d’ombra, di luce e di musica.